La direttiva dell’Unione Europea nota come Direttiva Copyright (Direttiva UE 2019/790) è al centro di accesi dibattiti fin dai tempi della sua elaborazione, in quanto introduce novità molto significative sulla gestione e sulla tutela del copyright, soprattutto in Internet.
Sono universalmente note le polemiche sollevatesi su famosi articoli 11 e 13 della prima versione della direttiva, passati alla storia il primo come “link tax” e il secondo come “anti meme”.
La prima disposizione prevedeva l’obbligo per le società che reindirizzano gli utenti verso contenuti altrui (sostanzialmente i motori di ricerca, soprattutto Google) di ottenere una licenza, remunerata, dai proprietari di detti contenuti per i brevi estratti (ad esempio titolo e porzione di testo della pagina di arrivo) solitamente impiegati a corredo del collegamento.
In sostanza, una norma che si poneva come obiettivo remunerare i giornali e i siti di informazione per tutti quei contenuti informativi che siti come Google e Facebook ripubblicano sulle proprie piattaforme, spesso sufficienti a soddisfare l’esigenza del consumatore finale che, quindi, non clicca sul collegamento, non visita il sito di provenienza e, pertanto, non porta benefici economici all’autore del contenuto.
La seconda disposizione prevedeva l’obbligo di ottenere il consenso, dall’autore o dal titolare di diritti di sfruttamento, per ogni utilizzo di un’opera protetta da copyright effettuato caricando un contenuto che la utilizzi, anche solo parzialmente, su un sito o piattaforma che consenta questa attività, rendendo responsabile direttamente il sito per ogni utilizzo non autorizzato.
In sostanza, una norma che si poneva come una tagliola su ogni utilizzo su piattaforme quali Facebook e YouTube di opere protette, dalla copia totale al semplice utilizzo di un frammento per confezionare una vignetta o scenetta umoristica/informativa (i famosi meme), per confezionare i quali certamente nessuno si prenderebbe la briga di ottenere, ogni volta, l’autorizzazione dell’autore, magari dovendola ottenere previo pagamento.
La Direttiva Copyright è stata fortemente voluta e promossa dalle associazioni degli editori in ogni campo, dal giornalismo all’editoria tradizionale, dal cinema alla discografia, e fortemente avversata da chi teme che regole troppo rigide a tutela del copyright in Internet possano ostacolare la libertà di espressione e di informazione degli individui, e che questo possa avere ricadute sullo sviluppo di Internet e, de relato, della società.
Alla fine si giunse a un equilibrio fra le istanze delle associazioni di categoria e degli utenti e i famosi, o famigerati, articoli 11 e 13 vennero depotenziati ma non stralciati, divenendo gli articoli 15 e 17 del testo finale della Direttiva Copyright.
Per quel che qui ci interessa, l’art. 15, ex art. 11, dispone il diritto per gli editori di giornali di autorizzare o vietare la riproduzione e la diffusione online dei propri contenuti (articoli) da parte di altri soggetti. Non è stato imposto, quindi, direttamente e per legge che chi riproduce e diffonde contenuti giornalisti altrui in Internet debba ricompensare gli editori.
Dando agli editori il potere di consentire o vietare queste azioni si è, invece, rimessa la loro possibilità di essere remunerati per i propri contenuti utilizzati da siti quali Google e Facebook all’esito positivo di trattative private con questi ultimi, utilizzando la possibilità di vietare il consenso all’utilizzo quale leva contrattuale.
La mossa di Google
A seguito dell’approvazione della Direttiva Copyright, il 17 aprile 2019, e delle prime leggi di recepimento da parte di Stati Membri dell’UE, Google ha deciso di approcciare i negoziati con la categoria degli editori di giornali proponendo a ognuno di loro la seguente alternativa: o gli editori avrebbero concesso, gratuitamente, licenza a Google di far risultare titoli ed estratti dei loro articoli nel famoso portale di ricerca oppure Google avrebbe penalizzato i loro articoli nei risultati di ricerca.
Considerato che per la maggior parte dei quotidiani online il reindirizzamento di utenti da Google costituisce una delle principali, se non la principale, fonte delle proprie visualizzazioni, la leva contrattuale di Google, la possibilità di prosciugare questa fonte di utenti, si è rivelata più forte della possibilità del singolo editore di negare la licenza.
Anzi, alla luce dell’effettivo stato del mercato editoriale, quella che sarebbe dovuta essere la leva contrattuale degli editori si è rivelata un’arma spuntata, addirittura dannosa per loro da mettere in pratica; quasi come possedere un coltello e scoprire che lo si sta impugnando per la lama.
Poco sorprendentemente, i singoli editori hanno accettato la proposta di Google, concedendo licenza gratuita al colosso del web per l’utilizzo dei propri contenuti.
La contromossa della Francia
Tuttavia, a quasi un anno dalla promulgazione della Direttiva Copyright è giusta la reazione della Autorità della Concorrenza francese. Dietro esposto di alcuni sindacati dell’editoria francese e dell’Agenzia Francese per la Stampa, l’autorità garante della concorrenza d’oltralpe ha preso disposizioni destinate a fare da precedente, le cui ragioni possono essere lette nel suo comunicato del 9 aprile 2020.
L’Autorità della Concorrenza, esaminate le trattative intercorse fra Google e gli editori francesi a seguito dell’entrata in vigore in Francia, il 24 luglio 2019, della legge che ha recepito la Direttiva Copyright, è giunta alla conclusione che Google, che occupa in Francia il 90% dei servizi online di ricerca generale, abbia approfittato della propria posizione dominante per imporre le proprie condizioni agli editori eludendo, di fatto, la legge. Inoltre, imponendo le stesse condizioni a tutti gli editori, avrebbe anche violato il principio di non discriminazione, trattando allo stesso modo situazioni molto diverse fra loro, in questo caso editori molti diversi fra loro per dimensioni, quote di mercato, capacità economica ecc.
Si tratterebbe, quindi, di un caso da manuale di abuso della posizione dominante, quando un attore economico è talmente forte, nel proprio mercato di riferimento, che gli altri attori economici sono solo formalmente liberi di contrattare con lui e decidere se stipulare o meno un accordo e, in verità, sono obbligati ad accettare accordi stretti alle sue condizioni per non rischiare di rimanere fuori dal mercato.
L’Autorità della Concorrenza francese, quindi, ha imposto a Google di avviare trattative con qualsiasi editore o agenzia di stampa francese che glielo chieda, entro tre mesi dalla richiesta, e a impegnarsi a concludere con questi accordi equilibrati e in buona fede. Gli accordi trovati avranno valore retroattivo alla data di entrata in vigore della legge di recepimento della Direttiva Europea.
L’Agenzia ha imposto anche, e nel mentre, di continuare a mostrare la visualizzazione di estratti di testo, fotografie e video secondo i metodi scelti dall’editore o dall’agenzia di stampa interessati. Inoltre, al fine di garantire una negoziazione equilibrata, le misure di protezione prevedono un principio di neutralità sul modo in cui i contenuti protetti degli editori e delle agenzie interessate vengono indicizzati, classificati e presentati sui servizi di Google.
Queste disposizioni urgenti rimarranno in vigore fino a quando l’Agenzia della Concorrenza non giungerà a una decisione sulla questione, decisione che tuttavia le disposizioni prese anticipano ampiamente, ed è chiaro che l’Agenzia si pronuncerà a favore degli editori.
Non resta, quindi, che attendere la decisione finale dell’Agenzia ma possiamo già dire che rimarrà come esempio e precedente per future e analoghe azioni che verranno molto probabilmente promosse davanti alle Agenzie per la Concorrenza degli altri Stati Membri che hanno recepito o recepiranno la Direttiva Copyright, salvo che Google cambi la propria condotta nei confronti degli editori Europei.
