Il Tribunale di Shenzhen, città cinese che collega Hong Kong al resto del continente, ha recentemente emesso una sentenza storica i cui principi, se confermati da future sentenze e fatti propri dalla giurisprudenza degli altri Paesi, potrebbero portare a una svolta per il copyright e, quindi, per l’industria culturale.
Protagonisti della vicenda sono la Tencent, colosso tecnologico della Repubblica Popolare, la loro IA Dreamwriter e la Ingxun Technology Company di Shanghai.
Dreamwriter è un’intelligenza artificiale in grado di creare automaticamente articoli e altri scritti, che Tencent da cinque anni impiega per produrre contenuti da pubblicare sul proprio sito. Questi contenuti sono accompagnati da un disclaimer che avverte i lettori del fatto che sono stati scritti automaticamente da Dreamwriter, quindi non da un autore umano.
Ingxun Technology Company, nel 2018, ha ripubblicato su una propria piattaforma un report finanziario redatto da Dreamwriter, confidando nel fatto che questo, essendo stato scritto da una IA e non da un essere umano, non fosse tutelato dal copyright e ricadesse nel novero delle opere di pubblico dominio.
Infatti, il principio alla base del copyright (o diritto d’autore) è quello di tutelare il frutto, cioè l’opera, dello sforzo inventivo e creativo di un essere umano che sia espressione della sua personalità.
Va da sé che un programma per computer, nel nostro caso l’IA Dreamwriter, non ha una personalità come la intende solitamente riferita a un autore e, di conseguenza, la sua possibilità di creare qualcosa di originale, nel senso di inventivo e creativo, è quantomeno dubbio. Motivi che devono essere parsi sufficienti a Ingxun Technology Company per ritenere, appunto, che il report redatto dall’IA, non soddisfacendo i requisiti per rientrare sotto la tutela del copyright, fosse liberamente utilizzabile.
Tencent non l’ha vista allo stesso modo, e ha portato in causa Ingxun Technology Company, appunto, per violazione di copyright rivendicando per sé i diritti legati all’articolo prodotto dalla sua IA.
Il Tribunale di Shenzhen si è trovato, quindi, investito del compito di sciogliere i nodi sottesi a questa diatriba e li ha risolti in modo innovativo.
Per quanto riguarda l’assenza di personalità del programma, il Tribunale ha superato il problema indicando come autore del report l’ideatore di Dreamwriter. Questi non sarà l’immediato autore di ogni scritto prodotto dalla propria creazione ma può considerarsene l’autore mediato, essendo questi creati dal software da lui scritto.
Si tratta di una tesi opposta e alternativa a quella per cui un autore, così come un inventore, può essere soltanto un essere umano, sancita in numerosi ordinamenti giuridici.
Per quanto riguarda, invece, l’originalità del report oggetto del contendere, il Tribunale, ed è la parte a mio avviso più significativa di questa sentenza, ha ritenuto che lo scritto presentasse un certo grado di originalità, ovverosia segni di inventiva e creatività sufficienti a soddisfare questo requisito. Bisogna infatti ricordare che il requisito dell’originalità è qualitativo e non quantitativo: un’opera anche con un apporto minimo di inventiva e creatività può comunque essere considerata originale.
Tuttavia, è innovativo il fatto che un software sia stato riconosciuto capace di esprimere anche quel poco di inventiva e creatività necessarie.
Il Tribunale di Shenzhen, quindi, ha ritenuto il report scritto da Dreamwriter sottoposto a copyright, e ha riconosciuto a Tencent, proprietaria dell’IA, la titolarità dei diritti di sfruttamento nel report stesso, condannando Ingxun Technology Company a rimuovere lo scritto dalla propria piattaforma e a pagare una, piccola, multa.
La portata di questa pronuncia è, al momento, ancora e ovviamente limitata. Come detto, molti ordinamenti giuridici pongono espressamente quale requisito per la tutela di un’opera che il suo diretto autore sia un essere umano, requisito che chiude la strada a ogni possibilità di riconoscere quale opera tutelata dal diritto d’autore quella prodotta da una IA.
Però il giorno che dovesse diffondersi e affermarsi la tesi che autore dell’opera prodotta da una IA sia l’autore della IA stessa, superando così l’ostacolo anzidetto, allora il fatto che una IA è stata riconosciuta in grado di produrre un’opera originale potrà portare a una svolta dirompente nel campo del copyright.
Se pensiamo che questo futuro sia ancora lontano, o che tutto sommato non ci tocchi da vicino (dopotutto, nel caso in esame si parla di asettici report finanziari), basti pensare che Bytedance, la società dietro il social TikTok, ha comprato Jukedeck, una start-up che ha prodotto una IA in grado di creare musica.
Il chiaro sospetto è che Bytedance voglia in futuro usare questa IA per creare la musica da fornire agli utenti di TikTok per accompagnare i loro brevi video. Questo permetterebbe a TikTok di risparmiare sull’acquisto di licenze musicali, con ovvi e conseguenti ammanchi per le etichette e gli artisti che oggi concedono in licenza alla piattaforma social i propri brani.
Quando un domani le opere, non solo scritte e musicali ma d’ogni genere, create dalle IA non saranno solo economiche da produrre ma anche tutelate dal copyright, con le aziende proprietarie delle IA che ne eserciteranno tutti i diritti di sfruttamento economico, allora assisteremo, gradualmente ma ritengo inevitabilmente, alla nascita della concorrenza fra le opere create dalle IA e quelle tradizionali create da esseri umani. E la sentenza del Tribunale di Shenzhen sull’articolo della IA Dreamwriter sarà ricordata come un importante passo che avrà portato a questo nuovo scenario.
Solo il tempo ci dirà se questo futuro vedrà le intelligenze artificiali affiancarsi, tutto sommato, pacificamente agli autori umani, come nell’anime “Carole&Tuesday” di Shin’ichirō Watanabe, oppure sottrarre spazio agli autori umani fin quasi ad annullarli, come nella storia breve “Lo Scrittore Automatico” di Roald Dhal. Quel che è certo è che le intelligenze artificiali diventeranno sempre più centrali anche nel mondo della cultura e del diritto a questa collegato.
